102) Rosenzweig. Morte e suicidio.
Franz Rosenzweig (1886-1929), filosofo tedesco di origine ebraica,
cerc di opporsi all'idealismo, che considerava la base culturale
dello stato totalitario, contrapponendo ad esso la concretezza
dell'io e dell'esistenza, che sono legati al futuro, ma anche al
nulla, alla morte e alla trascendenza.
In questa lettura egli mette in evidenza quanto la filosofia sia
inadeguata di fronte alla morte e quanto lo sia anche la
solitudine del suicidio. Nel timore della morte egli [l'uomo]
deve rimanere.
F. Rosenzweig, La stella della redenzione, traduzione italiana di
G. Bonola, Marietti, Casale Monferrato, 1985, pagine 3-4.

 Dalla morte, dal timore della morte prende inizio e si eleva ogni
conoscenza circa il Tutto. Rigettare la paura che attanaglia ci
ch' terrestre, strappare alla morte il suo aculeo velenoso,
togliere all'Ade il suo miasma pestilente, di questo si pretende
capace la filosofia. Tutto quanto  mortale vive in questa paura
della morte, ogni nuova nascita aggiunge nuovo motivo di paura
perch accresce il numero di ci che deve morire. Senza posa il
grembo instancabile della terra partorisce il nuovo e ciascuno 
indefettibilmente votato alla morte, ciascuno attende con timore e
tremore il giorno del suo viaggio nelle tenebre. Ma la filosofia
nega queste paure della terra. Essa strappa oltre la fossa che si
spalanca a ogni passo. Permette che il corpo sia consegnato
all'abisso, ma l'anima, libera, lo sfugge librandosi in volo. Che
la paura della morte nulla sappia di una pretesa divisione in
anima e corpo, che essa urli: io, io, io! e non voglia saperne di
far risalire la paura esclusivamente al corpo, che importa
questo alla filosofia? L'uomo si appiatti pure come un verme nelle
fenditure della nuda terra davanti al sibilare dei colpi della
cieca morte implacabile, e poi senta violentemente,
inevitabilmente senta quanto altrimenti non avrebbe mai percepito:
che se mai morisse, il suo io sarebbe soltanto un illud e perci,
con tutta la voce che gli resta in gola urli, urli ancora il suo
io in faccia all'implacabile che lo minaccia di un cos
inconcepibile annientamento. A tutta questa miseria la filosofia
rivolge il suo vacuo sorriso e alla creatura, che  squassata in
tutte le membra dalla paura del suo aldiqua, mostra con l'indice
teso un aldil di cui essa nulla vuol sapere. Perch l'uomo non
vuol affatto sottrarsi a chiss quali catene, vuol rimanere, vuole
vivere. La filosofia che davanti a lui esalta la morte come la
propria prediletta e come la nobile occasione per sottrarsi alle
angustie della vita, sembra soltanto prendersi gioco di lui.
L'uomo sente fin troppo bene di essere condannato alla morte, ma
non al suicidio. E quella raccomandazione filosofica saprebbe
soltanto suggerire il suicidio, non rendere accettabile la morte
che a tutti incombe. Il suicidio non  la morte naturale, bens
quella assolutamente contro natura. La raccapricciante capacit di
suicidarsi distingue l'uomo da tutti gli esseri che conosciamo e
che non conosciamo. Essa designa addirittura l'atto di uscire
dall'ambito complessivo della natura. Certo  necessario che
almeno una volta nella vita un uomo si spinga fuori; egli deve
accostare a s almeno una volta in trepida meditazione la fiala
preziosa, egli deve essersi sentito almeno una volta in tutta la
propria terribile povert, solitudine e lacerante separazione dal
mondo intero ed essere rimasto un'intera notte faccia a faccia con
il nulla. Ma la terra lo reclama di nuovo. Non gli  concesso,
quella notte, bere fino in fondo la pozione. Per sfuggire alla
strettoia del nulla un'altra via gli  destinata, una via diversa
da questo precipitare nelle fauci dell'abisso. L'uomo non deve
rigettare da s la paura terrena, nel timore della morte egli deve
rimanere.
Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati,
Milano, 1991, volume V, pagine 197-198.
